Non so se tu legga i messaggi che ti arrivano. Cioè io al tuo posto non lo farei se una inizia con “Cioè io…”. Ecco bene. Però ciò che fai è una roba che ogni volta mi sfonda il cuore ed è esattamente quello a cui pensavo oggi mentre correvo sotto il sole abbracciato al vento per cercare di non dar voce a quello strazio che ancora mi sfonda il cuore.

Ma al contrario. Sì, pensavo a cosa ha voluto dire per me vivere per tanti anni nel dolore ben condito dal senso di colpa.

E cosa ha voluto dire non esserlo più. Così ho deciso di scriverti, consapevole che magari non leggerai mai queste righe, per ricordarlo a me. Anche nelle giornate come queste, quando ho finito di fare tutte quelle cose che si fanno il sabato (alzarsi un pò più tardi del solito, pulire casa, stirare, andare a correre, andare a fare la spesa, solito insomma, innamorata pazza di una indipendenza che mi sono conquistata con tutte le mie forze.)

Comunque: “quello che fai”. Quando l’ho scoperto leggendo la tua storia su Vanity Fair un pomeriggio estivo di un anno fa, dopo che Giò era morto dieci anni prima ed io ero stata chiamata al telefono nel cuore della notte, non mi sembrava vero.

E infatti non lo era. Per parecchi mesi, ho pensato che il tempo fosse davvero tiranno perchè una mattina ti svegli dal silenzio, ti svegli dall’egoismo, dall’indifferenza e scopri che nulla ruota più attorno a te.

Una mattina la tua cameretta è più vuota, gli armadi più spaziosi e non avresti mai immaginato sarebbe potuto accadere.
Disattenzioni?
Il numero che chiami per sentire la sua voce “non esiste più”, gli amici non hanno voglia di ascoltare la tua disperazione e lui non lo troverai di certo negli occhi di un'altro. Non lo troverai per strada, perchè non lascerà briciole per farsi ritrovare.

Si è portato via tutte le cose belle, è così che lo ricordo e, nel frattempo, è stato la mia pioggia, per giorni e per mesi. Poi ho pensato che l’avrei dimenticato, tra tutta questa gente.

La fine di una storia per colpa di una pasticca è come un incubo da cui non riesci mai a svegliarti. Un incubo che credevo esistesse solo nei film o sui libri ma che ho vissuto sulla mia pelle.

Finchè un giorno, dicono in giro che il dolore passi, lavato via come dalla pioggia. E riaffiorano le cose belle.

“Quello che fai” mi sfonda il cuore perchè racconta quel particolare momento in cui ti crolla il mondo addosso perchè capisci che È FINITA. Non la storia d’amore, chissene frega di lui, l’amore nasce, cresce e poi a volte svanisce, è nella natura di tante cose, ma molteplici vite. Non solo la sua e la tua ma anche quelle delle rispettive famiglie e anche un pò quella degli amici e delle amiche. Sbam! Spazzate via in un colpo solo.

E la parola droga diventa un fantasma che popola costantemente i tuoi incubi, mentre prima magari non ti accorgevi nemmeno che esistesse per davvero.

In fondo si trattava solo di trasformare un addio in un ciao per sempre e nonostante tutto il male che mi ha fatto Giò resta un ricordo bellissimo.

Io non mi sono più innamorata e sì che dicono in giro che io sia una bella ragazza con anche una bella testa ma subito dopo la fine della nostra storia sono finita non so quante volte in analisi, dai neurologi, dagli psicologi, dagli psicoterapeuti, dai dottori specialisti, da quelli che curavano in modo naturale gli attachi di panico, dalle nutrizioniste, ma io come una ragazzina innamorata lo aspettavo ancora e qualche volta persino lo giustificavo ancora, di nuovo, con le amiche.

A volte con la Polo grigia in seconda mano, avrei voluto partire e andare nel parcheggio del posto dove lavorava, portargli una rosa rossa con una frase scritta con la mia penna blu. Poi me ne sarei tornata a casa, certo. Perchè avrei nascosto bene il sorriso finto, le lacrime, l’ansia cronica, il vomito.

Giò non lavorava più lì. Gio non c’era più: era morto.

E poi ho iniziato a prendere gli antidepressivi. Disastro, un vuoto incolmabile, avevo il cuore e l’anima distrutti. Ma mi sentivo troppo in colpa per dire ai miei amici “Ehi sto male, aiutatemi vi prego”. Così non dicevo niente a nessuno, me ne stavo da sola a tenermi la mano e a volte sembrava quasi che stessi bene e solo quando tornavo a casa – dopo aver corso o aver percorso chilometri di corsa o in bicicletta – capivo che lui non c’è più.

Avevo perso il conto dei giorni, mi ero fermata a 360.

A quanto pare da allora il mio cuore è diventato una zona franca di sentimenti. Anche in macchina quando ascolto certe melodie e capisco che lui non tornerà mai più supplico il mio cuore e la mia anima di farsene davvero una ragione. Anche lì, anche in macchina. Anche oggi, a distanza di anni.

Ci eravamo lasciati al solito bar con un “Ci sentiamo più tardi”. E una lista di sessanta cose interessanti da fare i giorni successivi, del tipo andiamo di qua, andiamo di là, chiamiamo anche Roby e Nik, si ma anche Alice e comunque poi vediamo, cose così. Da allora non ho più capito se l’amore esiste davvero. E forse non lo capirò mai.

E neppure vado più nel bar dove ci siamo visti per l’ultima volta, chiaro. Perchè per me significa essere libera da chi non ha saputo essere sincero con me. Mi chiedo quando io inizierò a non sentirmi più in colpa per non essere riuscita a salvarlo. Nel frattempo, qualche mese dopo la fine della nostra storia, ero andata in vacanza con i miei genitori a Caorle e quella sera avevo fatto una camminata di 15 chilometri. Alla faccia di chi non ne aveva saputo fare mezzo per me.

Alla faccia di quelle parole, che mi hanno costretta a guardare in faccia alla realtà. Alla faccia di una vita che non torna quasi mai, mentre le mie amiche ad una ad una fanno figli e io sono madrina o damigella perfetta, alla faccia di me stessa, che ancora oggi mi sveglio in lacrime di notte perchè ho sognato di essere in una relazione, diventata la mia nuova fobia dopo i piccioni, le sberle e le persone che urlano.

Ho vomitato la mia inutile riflessione e ti chiedo perdono.

Ma ti ringrazio, per quello che sei e per quello che fai. L’orgoglio ti aveva intrappolata, l’umiltà ti ha liberato. Continua così, non smettere mai Giorgia. Sei una cara persona. E grazie alle persone come te so che la luce brillerà ancora. Sei una stella che non può cadere perchè adesso sa quale cielo solcare.

Mi piacerebbe averti come amica sai? E mi piacerebbe tantissimo poterti abbracciare un giorno. E ti prego scusami se mi mancano le giuste parole anche se ci sarebbe parecchio da dire ancora ma ho provato a tenerti stretta con le parole per proteggermi da questa profondissima cicactrice di cui non mi scorderò, mai e per sempre. Il dolore è un’esperienza che ci costringe a un faccia a faccia con la nostra identità più profonda.

Per adesso ti abbraccio virtualmente da qui. Con profonda stima, gratitudine e reciprocità.